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JURI GAGARIN
30 anni nella storia dello spazio

Il 9 marzo 1934, nel villaggio di Kluscino, presso Smolensk, nacque Juri Alekseevic’ Gagarin.
Non seguendo le orme del padre falegname, abbandonò il mestiere di tornitore e a ventun’anni, il giovane Juri ottenne il brevetto di pilota e di paracadutista presso la DOSAAF, l’organizzazione pre-militare e, quindi, entrò nella VVS. Assegnato alla scuola di Orenburg, divenne ufficiale pilota di complemento. Nel 1959 fu selezionao nel primo gruppo di dodici cosmonauti e prescelto per compiere, a ventisette anni, il primo volo spaziale orbitale con la missione Vostok 1.

L’Unione Sovietica in quell’epoca aveva già più volte stupito il mondo con i suoi primati in campo missilistico e spaziale. Il 26 agosto 1956 il «premier» sovietico Nikita Kruscev aveva annunciato al mondo che il suo paese aveva lanciato con successo il primo missile intercontinentale, battendo sul tempo gli americani. Il 4 ottobre 1957, gli Stati Uniti furono nuovamente superati quando entrò in orbita il satellite artificiale Sputnik 1. Anche il 12 aprile 1961 quando l’enorme e potente vettore Korolev R-7 Semerka si staccò da una delle piazzuole del «cosmodromo Baikonur» di Leninsk (Kazakstan) fu un altro record: per la prima volta un essere umano compì un’orbita intorno alla Terra. Il missile decollò alle 9.07, ore di Mosca, e depose la sua capsula Vostok 1 in un’orbita ellittica con perigeo di 181 km ed apogeo di 327 km. Dopo una rivoluzione durata 89 minuti con inclinazione di 65º, Gagarin, promosso in orbita al grado di maggiore, iniziò il rientro. Le sue prime parole da bordo della piccola navicella a forma di batisfera, erano state: «Il cielo appare molto, molto scuro e la Terra è azzurrognola». Era la prima volta che un uomo poteva guardare il suo pianeta da così lontano.

La capsula, battezzata Rondine, era dotata di un seggiolino eiettabile ma non sappiamo se il profilo della missione prevedesse tassativamente l’abbandono del veicolo con questo mezzo: successivamente, molti astronauti se ne servirono, mentre altri preferirono lanciarsi con il paracadute in modo convenzionale; Gagarin, invece, volle rimanere a bordo. Nonostante sulle esatte modalità dell’atterraggio, avvenuto a Smelovaka, presso Saratov, esistano più versioni, sembra che effettivamente il cosmonauta sia rimasto nel su abitacolo sferico e, nonostante il grande paracadute e i retrorazzi della capsula, abbia subito un atterraggio alquanto duro. Non sappiamo se la decisione di rimanere a bordo e le eventuali conseguenze dell’atterraggio non propriamente morbido abbiano influito sulla sua carriera, ma il Magg. Gagarin non volò più come cosmonauta.

Proprio mentre aveva ripreso l’addestramento per tornare in attività, il 27 marzo 1968 (o, secondo fonti più recenti, il 28 marzo) il pioniere dello spazio morì in un incidente aereo. Fu lasciato intendere che era precipitato ai comandi di un MiG-21, a causa di un’avaria, durante un volo d’addestramento e solo nella primavera del 1988 la «Pravda» ha rivelato le modalità del banale, quanto tragico, incidente. Quel giorno Gagarin volava assieme ad un collega del quale non è mai stato riportato il nome, su di un addestratore MiG-15UTI. La visibilità era scarsa e Juri si trovò improvvisamente di fronte due MiG-25 che non avevano rispettato il loro piano di volo. La brusca manovra per evitare la collisione mandò l’aereo di Gagarin pericolosamene vicino ad un altro MiG-15 in volo d’addestramento: il biposto si trovò nella turbolenza di scia ed entrò in vite. Forse a causa della quota troppo bassa, forse perché stordito dai g, nulla gli fu possibile tentare per salvare il compagno, la macchina e se stesso.

Non fu il primo?

Gagarin ebbe in URSS grandissimi onori e le sue ceneri sono state poste nel Muro del Cremlino, sulla Piazza Rossa, mentre all’eroe sono state intitolate un’accademia ed il principale museo aeronautico. C’è però, anche chi mette in dubbio il suo primato.
Già alcuni mesi prima della missione della Vostok 1 giunsero in Occidente voci di un lancio, forse suborbitale, conclusosi con la morte dell’occupante. Altri dissero che il cosmonauta era il collaudatore V. Iljuscin (il figlio del noto «costruttore generale») e che non era morto ma era rimasto gravemente ferito, tanto da rimanere a lungo lontano dall’attività, ufficialmente a causa di un incidente stradale. Quest’ipotesi non è mai stata confermata, ma è ritornata a galla in tempi di «glasnost», pur senza avere il crisma dell’ufficialità.
Una notizia analoga si diffuse un anno dopo, il 12 giugno 1962, a seguito di un’inchiesta giornalistica promossa dopo le dichiarazioni dei fratelli Judica-Cordiglia, all’epoca i più noti radioamatori italiani che si occupavano anche di divulgazione scientifica. Secondo quest’indagine, rilasciata dalla United Press, i sovietici avrebbero perso cinque astronauti e, in particolare, un uomo ed una donna lanciati nello spazio il 17 maggio 1961 e morti in orbita, per cause imprecisate, il 24 maggio.

Più in là si è spinto lo scrittore ungherese Istvan Nemere che in un libro del 1990, afferma che il primo astronauta della storia è stato Iljuscin, lanciato il 25 marzo 1961 e feritosi gravemente durante il rientro a terra. Gagarin, invece, pur selezionato per entrare a far parte del corpo degli astronauti, non avrebbe mai volato in orbita! Questa tesi, se dimostrata, attribuirebbe il primato del primo volo spaziale senza incidenti al Cdr. Alan B. Shepard Jr. dell’US Navy che con la Freedom 7, una capsula McDonnell Mercury lanciata da un missile Redstone, compì un volo subortibale di 15 min. e 28 sec. Il 5 maggio 1961, pochi giorni dopo Gagarin. Il successivo cosmonauta sovietico, invece, fu il cap. German Stepanovic’Titov, riserva di Gagarin per la missione Vostok 1, che compì 17 orbite a partire dal 6 agosto 1961.
Come abbiamo visto, invece, Gagarin non volò più. Fu scelto quale riserva del Col. Vladimir Mikhailovic’Komarov per la missione Sojuz 1 del 23 aprile 1967. Il volo della Sojuz 1 si concluse in una tragedia, il primo naufragio spaziale (o, almeno, il primo ufficialmente confermato), in quanto non riuscì a inserire l’astronave in una corretta traiettoria di discesa e la Rubino si schiantò al suolo. Gagarin fu candidato a successivi voli Sojuz ma meno di un anno dopo morì, prima che le astronavi di questo tipo riprendessero i voli, cosa che avvenne il 26 ottobre 1968.

Nonostante tutte le illazioni riportate, non sono emersi elementi certi che possano far ritenere che il primo volo orbitale di Gagarin sia stato un eccezionale falso storico. Al contrario, la migliore conoscenza dei mezzi usati nella sua missione non può che sottolineare la determinazione richiesta per tali imprese. Infatti, anche se, fondamentalmente le «batisfere» spaziali sovietiche volano ancora oggi (le Sojuz derivano direttamente dalle Vostok e dalle Voskhod), le prime versioni apparivano veramente rudimentali.
Sempre sulla breccia è anche il vettore Semerka che nelle configurazioni dette Sojuz e Molnija viene tuttora utilizzato, come del resto il suo coevo Atlas americano.

 
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